Il nocino di Zeno

"Il nocino migliore del mondo"

Inizio

Negli anni venti, nel periodo pionieristico del motociclismo il piccolo Zeno accompagnava sempre suo papà Aderito, valente pilota nei circuiti di gara. Zeno teneva sempre stretto in mano una noce come portafortuna e quando Aderito ritornava vincitore con la coppa in mano, Zeno tutto felice correva a piantare quella noce nei pressi della Pieve di Fosdondo. Quando Aderito ha concluso la sua straordinaria attività agonistica, Zeno ha utilizzato il frutto di quegli alberi ormai diventati grandi per produrre un nocino e assaporare di nuovo quei momenti indimenticabili: il risultato è un infuso di una ricetta magica che conserva ancora dopo più di un secolo il profumo delle vittorie.

Fosdondo: il segreto meglio custodito dell’Emilia

Fosdondo era una località di notevole importanza già in epoca romana, come dimostrano i numerosi ritrovamenti di antiche vestigia nel suo territorio. Quando fu inglobata nel feudo matildico, vi fu costruita una maestosa pieve che si affacciava su distese infinite di piante di noci, a testimonianza del legame profondo di Fosdondo con questo particolare frutto. Il terreno fresco, leggermente acido, ricco di sostanze organiche e dotato di un apporto idrico considerevole favorì la crescita di alberi monumentali. Quando, nel tardo Medioevo, prese piede a Fosdondo la produzione di distillati casalinghi, la presenza diffusa dei noci diede origine alla tradizione del nocino. I medici medievali ne esaltavano le virtù, e Arnaldo da Villanova scrisse che “prolunga lo stato di buona salute, disperde gli umori superflui, rianima il cuore e mantiene giovani.”

Fosdondo è una di quelle località che sembrano sfuggire alle mappe, ma che prima o poi finiscono per entrare nella vita di chiunque. Situata in una posizione strategica, a pochi minuti sia dalle colline che dal grande fiume Po, Fosdondo offre la sintesi perfetta tra natura, tradizione e accoglienza. La nebbia, presenza costante e quasi affettuosa, avvolge il paese in un’atmosfera sospesa nel tempo, dove ogni stagione ha un fascino particolare.
Il cuore pulsante di Fosdondo è la sua maestosa Pieve medievale, testimone di secoli di storia e di devozione, che domina la piazza principale e accoglie ogni anno la Festa dell’Ascensione. Questo evento è diventato negli anni un richiamo internazionale: arte, spettacoli, solidarietà, degustazioni, musica e il celebre Nocino di Zeno si mescolano in un’esperienza che non dimenticherai facilmente.
Qui la gente ha un sorriso per tutti, anche per chi arriva da lontano. Passeggiando per le vie del borgo ti sentirai salutare da sconosciuti, perché a Fosdondo l’ospitalità è un valore antico che non passa mai di moda.
Vieni a Fosdondo. Non succede niente, ma succede bene.

Nocino

Il nocino non era un semplice infuso di mallo di noci, era molto di più, era il primo liquore della tradizione emiliana in cui ogni famiglia si identificava con una sua precisa ricetta segreta. In questo clima competitivo il piccolo Zeno concepì l’idea di fare un nocino nuovo che sopravanzasse, come aveva fatto suo padre nelle gare in moto, i nocini fino ad allora prodotti e nacque così “Il nocino migliore del mondo.”
Assaggiando un bicchiere del nocino di Zeno, l’elemento trasgressivo spunta nei primi secondi perché il contesto in cui è nato, apre al trascendente, in un risorgimento metafisico che crea il bisogno di appartenere a quel luogo: Fosdondo!

Le gare

Il numero di gare motociclistiche che venivano disputate negli anni Venti era impressionante, non c’era festa senza che si corresse, bastavano infatti gli striscioni della partenza e del traguardo, alcune balle di paglia, il permesso dei Carabinieri e il gioco era fatto. Aderito, il padre di Zeno correva con una G.D che all’epoca era considerata l’espressione più avanzata della tecnica e grazie alle numerose affermazioni sportive era la moto più ambita dai piloti e dal pubblico.

Il Nocino di Zeno: la vittoria più dolce di Aderito

L’aria era piena di polvere e applausi, Aderito aveva appena ottenuto una vittoria clamorosa, la gente lo acclamava come si fa con chi ha vinto per tutti. La piazza era viva. mani, voci, pacche. Ma tra la folla silenzioso come sempre si avvicinò lui: Giuseppe Ghizzoni, il notaio, leone della legge, col cappello rigido e il bastone. Aderito lo vide arrivare e tra una stretta di mano e un “Viva” gli fece spazio.
“Hai vinto”.
“Pare di sì”.
“E non hai barato”.
“Mai”.
“Allora bravo”.
Era il massimo che si poteva ottenere da lui in pubblico. Ma poi, con uno sguardo laterale aggiunse: “Passa da me domani sera che stappiamo un rosso del ’18. E’ proprio come te: giovane ma già con carattere”.
” E se non mi piace?”
” Ti correggi il palato o cambi amicizie”.
Aderito si mise a ridere e aggiunse:
“Sono io invece che ho qualcosa da farti assaggiare e festeggeremo con quello”.
Poi si voltò e Ghizzoni sparì nella folla come un fantasma in giacca rigida. 
Aderito rise perché sapeva che tra tutti gli elogi ricevuti quel giorno, quello del vecchio notaio burbero era il più autentico di tutti. 
Il giorno dopo come promesso o come sfida accettata Aderito salì i gradini della casa del notaio con in mano una enigmatica bottiglia scura. Ghizzoni con quel suo sguardo tagliente che pareva scolpito 
nel granito prese in mano la boccia presentata da Aderito. La rigirò tra le dita lunghe, osservò il colore scuro alla luce di una candela e la stappò con una lentezza teatrale. Poi sollevando appena un sopracciglio:
“Nocino!” disse con distacco, poggiando la bottiglia sul tavolo “roba da ragazzini “.
Aderito lo fissò: “Questo nocino è stato realizzato da mio figlio Zeno con noci provenienti da alberi che lui stesso ha piantato, dopo ogni mia vittoria, in zone che considera particolarmente adatte per via del sottosuolo”.
“Capirai Aderito… il nocino è un liquore onesto non discuto ma manca di profondità. E’ come un giovane soldato coraggioso, sì, ma senza esperienza. Non conosce la fatica delle lunghe maturazioni 
nelle botti di legno. Non sa aspettare. E poi…”
Si versò comunque un goccio nel bicchiere, osservò in controluce la limpidezza e con un gesto a metà tra la pietà e la curiosità lo assaggiò, lasciando ruotare il liquore in bocca con movimenti esperti. 
Cominciò a meditare a lungo, poi assaggiò un altro sorso di nocino più abbondante per capire meglio. Il sapore aromatico gli scivolava in gola come un vecchio consiglio, lasciandogli addosso una sensazione di forza che gli ridestava nella mente. Incredulo il notaio, uomo dall’aria severa si lasciò andare a un raro sorriso. Sollevò di nuovo il bicchiere, lo guardò in trasparenza e sentenziò con tono solenne:
” E’ un nocino da re!” dichiarò con voce che risuonò nella sala quasi fosse un verdetto ufficiale. Si fece un attimo di silenzio. Poi con un guizzo negli occhi aggiunse:
“E se è un nocino da re … lo berrà il re!”. 
Aderito colpito da un plauso che mai avrebbe immaginato decise di fare le cose per bene. Fece stampare delle etichette eleganti, in caratteri dorati con la scritta “Il nocino di Zeno” ben in evidenza. 
Con cura paziente le applicò, una per una su dodici bottiglie, controllando che non ci fossero sbavature né imperfezioni. Poi prese una robusta cassetta di legno, la rivestì di paglia per attutire eventuali 
colpi e vi ripose le dodici bottiglie con gesti quasi devoti. Infine aggiunse una lettera scritta di suo pugno in cui raccontava la storia di quel liquore e spiegava come andasse servito ” perché – diceva – il nocino non si beve, si onora”.
Il notaio Ghizzoni sempre preciso e zelante si occupò della spedizione. Ordinò a un corriere postale fidato, di recapitare la cassetta a destinazione con la massima discrezione. Era certo che un nocino da re non poteva che andare al re stesso, come aveva proclamato. 
Qualche tempo dopo, con grande sorpresa di Aderito, arrivò una busta dal sigillo reale. La carta era spessa e profumata con il blasone della Casa Reale. Il cuore di Aderito batteva forte mentre l’apriva.
“Stimato signor Aderito Masoni, 
Sua Maestà il Re ha ricevuto le dodici bottiglie del Vostro pregiato Nocino di Zeno e desidera esprimere vivo apprezzamento per la squisita qualità, dell’aroma e del gusto di tale liquore, tanto da essere servito durante un ricevimento ufficiale a Corte. 
Sua Maestà ringrazia sentitamente per il gentile omaggio che ha saputo portare un sorso di autentica eccellenza alla mensa Reale. 
Con stima, 
Il Segretario di Sua Maestà”.
Aderito restò a lungo con la lettera tra le mani come fosse un tesoro. E realizzò che era venuto il momento di far assaggiare il nocino a tutti e non solo al re.

L’incontro con Tazio Nuvolari

Era la primavera del 1920: sul Circuito Internazionale di Cremona correvano uomini che sembravano non avere timore di sfidare il destino.

Quel giorno la folla si era assiepata lungo un rettilineo di polvere e ghiaia. Nessuno fece caso a un ragazzo minuto che avanzava con passo incerto, spingendo una moto Della Ferrera Corsa 600cc più grossa di lui. Era la sua prima gara.
Ma quando il via fu dato, tutto cambiò, quella moto, guidata da quel pilota magro e nervoso, non correva: volava, pareva danzare, leggera e feroce allo stesso tempo.

La gente cominciò a mormorare, chiedendosi chi fosse quel giovane capace di domare così la velocità. Era un certo Tazio Nuvolari, di cui nessuno aveva sentito parlare.
Aderito lo osservava rapito, come un apprendista che assiste al gesto perfetto di un maestro.

Poi, però, la Della Ferrera iniziò a dare problemi di motore e Tazio fu costretto a ritirarsi. Eppure, bastarono quei pochi giri per convincere Aderito che aveva appena visto all’opera un talento eccezionale.

A gara finita, quando tra i pioppi tornò il silenzio, Aderito con forza d’animo gli si avvicinò in sella alla sua G.D. Corsa.
«Signor Nuvolari… posso farvi una domanda?»
Tazio si voltò, ancora impolverato, e sorrise.
«Se è una buona domanda, sì.»
«Come si fa ad andare forte? Ma forte davvero.»

Nuvolari abbassò lo sguardo sulla moto, poi su di lui.
«Non si va forte col gas, ma col cuore. La moto non la devi dominare: la devi capire, quando pieghi lei ti parla se la ascolti, ti salva, se la sfidi, ti butta giù. E ricordati: la velocità non è cattiva è solo sincera.»

Quelle parole restarono sospese nell’aria, come un profumo di olio e benzina.
Aderito rimase in silenzio. Poi frugò nella sacca, tirò fuori una piccola bottiglia scura e gliela porse con discrezione.
«È un nocino che porta fortuna» disse.

Tazio la prese, la osservò in controluce, poi rise.
«Allora lo berrò la prossima volta che il vento mi vorrà bene.»

Si strinsero la mano, e fu come sigillare un patto antico d’amicizia. Qualcuno racconta che da quel giorno Nuvolari tenne sempre con sé una piccola porzione di nocino, come portafortuna.
Aderito narrò l’incontro a Zeno e ogni volta che preparava il suo liquore, ricordando quelle parole, gli sembrava di sentire il rombo lontano di quei motori.

Quel nocino portò davvero fortuna a Tazio Nuvolari, perché da quel giorno prese a costruirsi un mito. Così nacque la leggenda del Nocino di Zeno, un liquore figlio del coraggio, della gratitudine e di un incontro che sapeva di vento, di benzina e di primavera.

Aderito Masoni

Aderito diede con orgoglio il suo contributo alla Patria interrompendo l’attività agonistica.
Durante la guerra fu impegnato  in Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia Giulia e Veneto distinguendosi come impavido portaordini motociclista e meritando la “Croce di Guerra”.

Un estratto dal diario di Aderito:
Pendici del Monte Grappa, inverno 1917

La strada si insinuava fra lastroni di ghiaccio e ombre bluastre, mentre il motore della potente Frera ruggiva sotto di me come un animale febbrile. L’aria bruciava i polmoni e il silenzio, là in alto, era denso come la neve che attende di cadere. Ogni curva era un atto di fiducia cieca. Fu in quel bianco infinito che, all’improvviso, mi venne incontro un portaordini a cavallo, il viso scavato dal gelo. Senza una parola, mi porse una busta color avorio, sigillata con cera rossa. La infilai nel giubbotto, sentendo il cuore battere più forte. Appena trovai riparo, la aprii: il profumo della carta mi portò il ricordo di sipari e luci lontane.
Era una lettera di Eleonora Duse. La sua calligrafia danzava come fumo leggero. Parlava di coraggio e di bellezza, di una patria che non era soltanto terra, ma memoria e sogno. «Leggetela ai vostri compagni» scriveva, «perché il cuore, anche nella polvere della trincea, non dimentichi il sapore della primavera».La piegai con cura, sentendo sulle dita un calore che non veniva dal fuoco. Ripresi il viaggio, deciso a portarla fino ai soldati che attendevano tra il fango e il ferro.
In quelle parole, sapevo, c’era più forza di quanta potesse portare qualsiasi arma. La salita verso quota era stata lunga, e la neve aveva cercato mille volte di inghiottire le ruote della moto. Di notte quando raggiunsi il campo, le ombre dei soldati si stagliavano nere contro il bagliore intermittente dei razzi lontani.
I loro volti, scavati e muti, avevano lo stesso colore della terra gelata. Ci radunammo in una baracca di legno, dove una lampada a petrolio tremolava come una fiamma impaurita.
Tirai fuori la busta con la stessa cautela con cui si maneggia un oggetto sacro.
«È un messaggio per voi» dissi. «Viene da Eleonora Duse». Un mormorio percorse la stanza, e negli occhi stanchi comparve un lampo di curiosità.
Lessi. Le parole si posavano leggere, cariche di immagini di rinascita: il vento che danza tra le valli, il calore del pane fresco, il canto fedele delle rondini che ritornano senza mai fallire.
Diceva che il coraggio non è l’assenza di paura, ma la fedeltà alla vita, anche quando sembra lontana. Quando alzai lo sguardo, vidi mani callose asciugarsi di nascosto gli occhi, e sorrisi che non vedevo da settimane.
La guerra, fuori, continuava a rombare; ma dentro, per un momento, tacque.

Aderito ritornato, pronto ad affrontare la sua vita come una competizione sempre all’attacco.

Zeno Masoni

Nel 1955 Zeno si recò negli USA e il suo lungo viaggio iniziò proprio dalla stazione di Fosdondo. Fece in tempo a prendere l’ultima corsa che avrebbe fatto quel treno perché al suo ritorno dall’America la ferrovia non c’era più, decretando così la fine di una straordinaria epopea cominciata e finita nello stesso luogo.

Quando la perfezione cancella il brivido, secondo Zeno

Esce un nuovo modello di moto: la più veloce di sempre, dicono.
Da zero a cento in un lampo, numeri troppo piccoli persino per sentirli davvero. Nei circuiti dell’epoca di Aderito si limavano i secondi, oggi la perfezione si misura in millisecondi.
Ma cos’è la perfezione, se non la morte delle emozioni? Un tempo c’era la lotta, la fatica dell’uomo prima di affrontare una curva.
Oggi i motori non ruggiscono più: sussurrano, soffocati dal progresso.
Cambiano marcia prima ancora che tu lo chieda, veloci più del pensiero, ma senza anima nella corsa.
La chiamano evoluzione, eppure l’evoluzione non ha pietà:
affina, taglia, leviga solo ciò che serve.
E le emozioni, lo sappiamo, non sono mai state necessarie.
Così resti con tanti cavalli, ma ti senti vuoto: uno spettro di fibra di carbonio che rincorre numeri infinitesimali, che non significano nulla.
Alla fine del giro — o forse quel giro è già finito da tempo — resta solo il silenzio.
Il Nocino di Zeno, invece, è un giro che non finirà mai,
perché dentro custodisce le emozioni di un tempo che non muore.

A New York…

per portare il verbo nel Nuovo Mondo: una bottiglia di Nocino di Zeno con dentro Fosdondo per enebriare l'America.

… da Fosdondo

Ma qual era il segreto di Zeno?

Il segreto del nocino non stava soltanto nella ricetta, c’era qualcosa di più, un mistero che affondava nella terra di Fosdondo. In quelle campagne infatti il sottosuolo custodiva sacche di metano, un’energia viva e potente che da sempre aveva reso fertili i campi. Le piante di noci che crescevano nei punti strategici scoperti da Zeno, assorbivano questa energia sotterranea trasformandola in un’essenza unica che rendeva le loro noci gasattive. Il frutto carico di questa forza invisibile era capace di ionizzare il sangue, favorendo così lo scambio tra le cellule e migliorare l’ossigenazione nei polmoni. Il risultato era un liquore dal sapore inconfondibile, nato dal respiro della terra, capace di far battere più forte il cuore e di lasciare una profonda sensazione di benessere e vigore. Ecco perché il Nocino di Zeno aveva colpito perfino Sua Maestà: racchiudeva in sé la forza della terra, l’aria e perfino l’energia del fuoco liquido che riposa sotto Fosdondo.

… E il viaggio continua all’interno della bottiglia del Nocino di Zeno ...

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Articolo di Massimo Tassi su Il Resto del Carlino del 3/12/2025

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